L’abbraccio di Cecilia Colonna

Riccardo Rovere le aveva sempre ricordato suo nonno, più di quanto non le ricordasse suo padre o i suoi fratelli, suo padre e i suoi fratelli in fondo erano nati in un epoca in cui il peso di un cognome come il loro iniziava a farsi sentire di meno.

Michele Colonna, dei Principi omonimi, invece, le aveva sempre incusso una sorta di timore reverenziale, bastava la sua semplice presenza a sottolineare come no, non eravamo tutti uguali, sempre con quell’eleganza che gli arricchiti non potevano nemmeno arrivare a concepire. Cecilia Colonna avrebbe volentieri vissuto in quella società, non sarebbe stata lei ad ereditare il titolo ma tutti concordavano fosse lei la vera erede di del Principe Colonna.

Cecilia Colonna ne era consapevole e odiava non poter esercitare al meglio le sue capacità: quel ruolo spettava a suo padre e suo fratello maggiore. Aveva ottenuto tutto ciò su cui aveva una seppur minima possibilità di metter mano, ma non le bastava. Era ambiziosa,  aveva quel desiderio di primeggiare che riempiva d’orgoglio il cuore del nonno ma le lasciava un costante senso di insoddisfazione.

Si stava rassegnando quasi ad un mondo dove la nobiltà stava scomparendo, se non nel nome nella sostanza, quando nella sua vita entrò Riccardo Rovere.

Capì solo troppo tempo dopo come quell’incontro casuale ad una raccolta fondi non fu affatto casuale.

Scoprì un altro mondo, un mondo in cui la nobiltà era ancora tale e aveva il peso che meritava. Un mondo in cui veniva riconosciuta l’importanza di una linea di sangue. Un mondo in cui chi governava lo faceva per diritto di sangue e volere divino.

Riccardo Rovere dedicò anni alla sua istruzione, la sua progenie doveva essere il perfetto Ventrue.

Cecilia rimaneva affascinata da quel mondo e dai suoi cerimoniali, dalla complessa struttura di quella società. Attendeva la notte in cui sarebbe entrata in quel mondo.

Marcello Dontis aveva indubbiamente carisma, forse più grezzo e sgraziato di quello del suo Domitor, ma possedeva sicuramente un certo magnetismo. Forse fu per quello che lo seguì quella notte, o forse perché era consapevole che volendo l’avrebbe potuta facilmente costringere. A distanza di quasi un secolo non è ancora sicura del motivo reale.

Le disse che quasi le dispiaceva per lei, che stava per metterla in una disputa che si trascinava da un’infinità di notti, ma che forse l’avrebbe ringraziato un giorno.

Non capì cosa intendesse finché i suoi canini non affondarono nella carne e qualcosa dentro di lei che le impedì di ribellarsi, poi si fece tutto confuso.

Sentì la vita abbandonarla lentamente mentre il suo Sire la sorreggeva, riparati da un palazzo romano che in un’altra epoca era stato della sua famiglia.

“Non hai idea di quante menzogne di abbia detto” le sussurrò poco prima spirasse.

La prima sensazione che provò e che ricorda con chiarezza fu una rabbia di un’intensità mai sperimentata prima.

Decise forse quella notte stessa che non avrebbe avuto senso accontentarsi di un clan quando aveva la possibilità di aspirare a governare la Camarilla.

 

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