A caccia

La mia signora aveva voglia di chiacchierare questa notte, sostiene che cacciare in silenzio tolga gran parte del divertimento. Divertimento non è la parola che userei.  Avevo sperato che con “andare a caccia” intendesse qualcosa di diverso. Mi illudo ogni volta e ogni volta mi ricorda come lei non ami gli eufemismi o prepararti a quello che sta per succedere. Ad ogni modo, adesso è silenziosa.

E’ passato un mese dal mio abbraccio.  “Abbraccio” è un termine che non piace alla mia signora, nasconde l’orrore e la magnificenza del gesto. Per la prima volta esco dalla sua casa. Un mese fa mi sarebbe piaciuta quella casa credo, adesso mi terrorizza. Non è ironico? La mia signora uccide senza farsi troppi problemi, a volte in maniera anche abbastanza cruenta, e a me terrorizza l’ordine della sua casa. Mi ricorda la casa di mia nonna, se mia nonna fosse stata ricchissima. Ci ho messo due settimane a notare l’assenza di tecnologia più evoluta della corrente elettrica e la totale assenza di telefoni. Non so se mi inquieta di più il fatto che mi abbia portato la cena a volte o che la servitù si comporti come se tutto questo sia normale.

O forse l’aspetto peggiore di tutta questa faccenda è la facilità con cui la sto accettando.

La mia signora è stata chiara, come avrebbe potuto non esserlo da fervida amante della libertà di scelta, non sono obbligato a vivere l’eternità come vampiro. Posso lasciarmi ardere alla luce del sole o darle una scusa per distruggermi. Ma non voglio farlo.

C’è voluto un cadavere, anzi due contando la mia prima vittima, per imparare a non fare a pezzi il corpo della mia preda, altri tre per riuscire a non dissanguarla a morte.

Erano essere umani. Mi terrorizza la facilità con cui lo dimentico.

La mia signora si compiace della mia furia, dice.

Odio il senso di esaltazione che mi sta pervadendo, non dovrei provarlo, dovrei trovare tutto questo ripugnante, dovrei mettere fine alla mia esistenza, sto andando a caccia di esseri umani, e lo farò per l’eternità, eppure l’idea di terminare la mia non-vita si è affievolita rapidamente fino a sparire. Ammesso che ci sia veramente mai stata.

La città è quasi deserta, è normale con questo freddo, e passare per vie secondarie non aumenta certo la possibilità di incontrare persone. Una parte di me è sollevata, l’altra non vede l’ora di affondare i canini in una giugulare.

Cerco di non pensarci.

Una figura incappucciata cammina verso di noi. Si muove nell’ombra, ne riesco a scorgere solo la sagoma.

La mia signora accellera il passo e gli si fa incontro. Noto solo adesso che non respira.

La mia signora mi aveva detto degli altri fratelli e della complicata società vampirica, ma non avevo considerato l’idea di incontrarne uno.

La figura la saluta accennando un inchino e scompare inghiottito dai vicoli e dalle ombre.

Continuiamo ad avanzare.

Vorrei chiederle chi fosse quella persona. Era un vampiro? Cosa si sono detti? Avrei dovuto dire qualcosa anch’io? Ho troppa paura di contrariarla per parlare. Se non mi ritenesse pronto potrebbe decidere che non è ancora il tempo per farmi cacciare. E io voglio cacciare. Voglio del sangue. Cosa sto pensando?

No non posso. E’ sbagliato.

Riconosco solo ora questo posto. Lungo il viale c’è qualche prostituta. Forse è l’ora, forse è il clima ma la leggenda voleva che qui fosse pieno.

La mia signora finalmente mi guarda.

Confermami che sarai in grado di non crearmi problemi a lasciarti la possibilità di sopravvivere.

Indica verso qualla che dovrebbe essere la mia preda.

Quando sarai in grado, potrai permetterti qualcosa di meglio.

Sento già il sapore del sangue sulla lingua, mi gira la testa solo all’idea.

L’ultimo scrupolo mi abbandona quando intravedo le vene del collo.

Portarla in un posto riservato è un attimo, è una preda facile in fondo. A ben pensarci guadagnerà qualche soldo solo per sentirsi un po’ debole. Non sono la persona peggiore che ha incontrato da queste parti.

Eccolo, il sangue.

Forse è sufficiente così, potrei anche smettere, però ne voglio ancora.

Prova ad urlare ma la mia mano si muove da sola a tapparle la bocca.

Posso prenderne un altro po’, solo un altro po’.

Non si muove più, deve essere svenuta, ne ho preso poco, ne ho bisogno. Ancora. Di più.

Non. C’è. Più. Sangue.

Mi risveglio come da un’ipnosi.

La mia signora è lì, mi guarda con disappunto. Sposta la sua attenzione sulla donna, sulla donna che ho ucciso, sulla mia preda.

Dovremo risolvere questo piccolo inconveniente.

Torna a guardarmi, gli occhi mi scrutano severi, il suo sorriso però è compiaciuto.

 

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